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    Aria

    Storie di spettri giapponesi di Lafcadio Hearn

    • di Silvia Treves
    • Ottobre 30, 2017 a 6:24 pm

    Figlio di una greca e di un irlandese, Lafcadio Hearn (1850-1904), giornalista e scrittore, emigrò in Giappone nel 1890 e vi rimase sino alla morte, dedicandosi soprattutto alle storie della tradizione giapponese, amando il paese che si era scelto «Non dell’amore dell’esteta e neppure di quello del ricercatore, ma di un amore più forte e più coinvolgente, di un amore più strano: dell’amore che partecipa della via interiore del paese amato», come spiega Von Hoffmannsthal nel saggio che gli dedicò in occasione della sua morte.

    Europeo innamorato e rispettoso, Hearn contribuì con le sue opere fatte di testimonianze, racconti, aneddoti, a far conoscere ai lettori occidentali, il Giappone antico e moderno, come dimostrano queste Storie di spettri giapponesi, nelle quali spiriti appassionati tornano dall’Aldilà per far valere giuramenti d’amore, mantenere promesse, soddisfare odî.

    Il racconto più lungo e rappresentativo è il primo, Un karma passionale, storia di una lamia gentile e di un giovane samurai incapace di mantenere fino all’estremo le promesse d’amore. Racconto triste e d’atmosfera, si incupisce mano a mano che la vicenda procede, sino al compiersi del karma, per poi stupire il lettore con un cortese sberleffo finale. Bello e struggente anche il breve La riconciliazione, storia di un samurai impegnato con il suo signore, che torna troppo tardi dalla sua amata. I miei preferiti sono Jiu-Roku-Zakura, vicenda tenue e poetica che ricorda il legame durato una vita tra un samurai e un albero di ciliegio, e Ululati, ritratto di una cagna brutta e paziente, adottata dal villaggio dove abita l’autore. L’anziana bestia, nonostante la bruttezza, è molto amata perché ha giocato con la maggior parte dei giovanotti del paese, quando erano bambini, e ora sopporta i loro fratellini e i figli dei meno giovani. È di buon carattere, rispettosa, capace di stare al suo posto, ma di notte si abbandona ad un solo patetico piacere: ulula. A chi o a che cosa nessuno può saperlo, ma attraverso la sapiente evocazione della sua voce ultraterrena, Hearn esplora un’alterità diversa e più lontana di quella degli spettri umani che popolano gli altri racconti:

    «[…] ci sono volte in cui le sue urla non mi sembrano il mero urlo di un cane ma […] il vero linguaggio della natura, chiamata inesplicabilmente dai poeti amorevole, pietosa, divina! Divina, forse, in qualche modo ultimo inconoscibile, ma certamente non pietosa, e ancor più certamente non amorevole»

    Lafcadio Hearn

    Ma, qualunque cosa fiuti, qualunque forza o legge terrificante intuisca nel suo modo peculiare, così alieno dal nostro, la vita della cagnetta non è vuota di significato e di speranza. perché almeno secondo l’opinione della gente del villaggio, «ha compiuto abbastanza buone azioni da meritarsi una condizione un tantino migliore nella sua prossima reincarnazione».

    Davvero, lo spettro della natura che terrorizza e riempie la vita della cagna di Hearn è molto più spaventoso e ineludibile di qualunque revenant dabbene o mostro cafone evocato dalla letteratura splatter…

    Lafcadio Hearn, Storie di spettri giapponesi, Tranchida, 1991, rist. 2001, 2005, pp. 150, trad. Gabriella Rovagnati, saggio introduttivo di Hugo Von Hofmannsthal

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