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    TerraNova

    Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson

    • di Silvia Treves
    • Marzo 31, 2026 a 7:10 pm

    Dire che Shirley Jackson è una narratrice psicologica e che l’horror nelle sue storie deriva dalle percezioni progressivamente distorte dei suoi protagonisti non arriva a suggerire il potere assoluto che hanno queste visioni. [Kyla Ward, Tabula Rasa, 7, 1995]Shirley Jackson nacque a San Francisco nel 1919 e morì a Bennington, Vermont, nel 1965 per un attacco di cuore (probabilmente provocato dalla dipendenza da amfetamine e da alcolismo), poco dopo la pubblicazione di Abbiamo sempre vissuto nel castello. In  vita  fu molto apprezzata sia dai lettori sia dalla critica, poi venne quasi dimenticata per un lungo periodo e solo negli ultimi decenni sta ritornando nota a un pubblico che, probabilmente, l’ha già incontrata sulle pagine della antologie scolastiche di lingua inglese – che spesso riportano suoi racconti, in particolare La lotteria. Era una grande scrittrice e autori famosi e appassionati di narrativa fantastica come Stephen King,Neil Gaiman, Nigel Kneale e Richard Matheson dichiarano di essersi ispirati a lei.

    Fu proprio con La lotteria (pubblicata sul «New Yorker» nel 1948), una prova di grande, agghiacciante lucidità, che Jackson incontrò una notorietà controversa, tanto che la redazione fu bersagliata di lettere di apprezzamento per la brillante allegoria morale, di protesta contro la violenza apparentemente immotivata della vicenda, ma soprattutto di richieste di spiegazioni. «Veramente è soltanto una storia», pare avesse risposto serafica l’autrice.  
    Che le sue storie siano ambigue, giocate su più piani e sospese tra una lucida verosimiglianza e atmosfere gotiche e oniriche è provato anche da novelle come Hangsaman, vivida descrizione realistica della vita in un college degli anni Cinquanta, ma anche tenebrosa storia di fantasmi e di possessione. Classicamente gotiche sono poi The Sundial (1958) e L’incubo di Hill House, spesso adattate per il cinema in modo più o meno fedele o usate come libera fonte di ispirazione dagli sceneggiatori.
    Abbiamo sempre vissuto nel castello fu pubblicato nel 1963. Opera inconsueta, giocata sui toni della narrazione psicologica, del thriller, del grottesco e della fiaba, sovverte le regole fin dall’inizio, raccontando di una vecchia villa, isolata e temuta dagli abitanti del paese, non dal punto di vista dei temerari decisi a esplorarla ma di coloro che la abitano. La voce narrante è quella di Merricat, una diciottenne scontrosa che vive nell’antica casa di famiglia dei Blackwood con la sorella maggiore Constance e lo zio Julian, unici sopravvissuti a una cena avvelenata che ha invece  ucciso i genitori, il fratello  e la zia. Scampata al processo per mancanza di prove, Constance è considerata l’assassina dalla gente del paese, che dimostra in ogni modo i suoi sospetti e la sua antipatia per i Blackwood e soprattutto per Merricat, che ogni settimana va a fare la spesa all’emporio comportandosi nella maniera più superba e provocatoria. 

    Solo quando torna entro i confini della proprietà Merricat si sente al sicuro, libera di scorrazzare nel bosco in compagnia del gatto Jonas, di leggere e di isolarsi in un rifugio segreto. Intanto l’infaticabile e pazientissima Constance coltiva l’orto e il giardino e cucina pasti squisiti al povero Julian, che l’avvelenamento ha reso invalido, e alla sorella minore.
    La vita dei tre autoreclusi trascorre quieta, condita di frasi gentili e gesti affettuosi così frequenti da diventare sinistri, tra le memorie che Julian scrive per confutare le accuse a Constance, gli ingenui rituali magici di Merricat per proteggre la casa e i lavori casalinghi di Connie, fino a quando il rozzo e avido cugino Charles si insinua nella famiglia con lo scopo sempre più trasparente di impadronirsi della propria parte  di eredità. Sbeffeggiato da Julian, obnubilato ma a tratti grandiosamente caustico, esageratamente tollerato da Connie,  bisognosa di una vita normale, Charles fatalmente si scontra con Merricat: il suo egoismo incompatibile con quello non minore della ragazzina romperà un equilibrio stregato che ricorda il sonno della bella addormentata.  Personaggio collettivo e apparentemente solo ignobile e malevolo, la gente del villaggio darà infine la stura all’odio e alla paura che prova per gli strani vicini. Nessuno si salva dalla penna caustica e sferzante di Jackson che riesce a regalare alla storia un lieto fine da storia delle fate, altrettanto stralunato e inquietante della realistica esplosione di violenza della gente del villaggio. 

    Solitaria, disdegnosa, affilata come un rasoio, abilissima nell’individuare qualunque minaccia al proprio benessere, piena della perfida innocenza dei bambini, Merricat vive la sua vita nei boschi intorno alla casa, sospesa in una preadolescenza dalla quale non ha alcun intenzione di uscire. Ben decisa a salvaguardare i consolidati usi e rituali familiari, la ragazza tiene a bada ogni minimo cambiamento ricorrendo a una sorta di magia personale lontanissima da ogni pratica diabolica. Per 182 pagine la sua voce sussurra persuasiva all’orecchio dei lettori, raccontando lo squallore della piccola città di provincia, l’ottusa ignoranza dei paesani, il loro odio per i Blackwood, colti, raffinati, ricchi e cortesemente sprezzanti, che mai hanno voluto mescolarsi con loro. Un odio che si cristallizza attorno a Constance, il capro espiatorio, ma che indubbiamente precede l’avvelenamento.    Narratrice seduttiva e convincente, Merricat è il prodotto di una perfetta narrazione gotica: inaffidabile per definizione di genere e per volontà dell’autrice, proprio come l’innocente governante del Giro di vite. 


    Come il lettore comprende gradualmente, uno dei perni della narrazione è il legame profondo e segreto fra le due sorelle: se nella quotidianità Merricat dipende completamente da Constance, che ne scandisce la vita preparandole i pasti e prendendosene cura fino all’autoimmolazione, vacillando solo temporaneamente quando Charles pare offrirle una via di salvezza e una promessa di vita normale. Determinata, responsabile e piena di senso del dovere, Connie è apparentemente ben diversa da Merricat ma in cuor suo le somiglia fino a diventarne il doppio e la complice.
    Abbiamo sempre vissuto nel castello fu adattata per le scene negli anni Sessanta da Hugh Wheeler. 

    qui ulteriori informazioni su Shirley Jackson:

    http://www.tabula-rasa.info/DarkAges/ShirleyJackson.html
    http://en.wikipedia.org/wiki/Shirley_Jackson
    http://www.nybooks.com/articles/23131

    Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello, Adelphi, 2020, pp. 189, € 12,00, Trad. Monica Pareschi

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